Come usare il power dressing per comunicare chi sei e cosa vuoi, senza perdere la tua identità
Gli abiti sono un linguaggio proprio come le parole e i gesti.
Raccontano in modo più sottile e al contempo ugualmente potente come ci sentiamo, chi siamo, dove vogliamo arrivare.
Anche quando pensiamo che non ci importa, che ci infileremo qualcosa a caso, stiamo comunicando.
Ho pensato proprio al potere degli abiti qualche settimana fa, mentre mi trovavo al Petit Palais, a Parigi.
In una sala c’erano due ritratti, uno accanto all’altro, che dialogavano tra loro.
Da una parte c’era il ritratto di Madame Edgar Stern di Carolus-Duran:
tessuti ricchi, un velluto rosso magnificamente reso dalla texture della pittura, la posa controllata, lo sguardo saldo.
Lusso, eleganza, elezione.
Un tipo di presenza che non chiede permesso: occupa lo spazio.
Dall’altra, un’opera di Bilal Hamdad:
una ragazza dei nostri giorni, vestita di nero, un abito semplice, minimale, quasi monastico, accompagnato da collant spessi, anch’essi neri.
E poi… ai piedi delle jelly shoes rosa shocking.
Un dettaglio che spicca, che cattura lo sguardo e che parla la nostra lingua.
Conosciamo, infatti, quelle scarpe e sappiamo collocarle con facilità all’interno di un intento giocoso, creativo, eppure, allo stesso tempo rischioso: possono anche comunicare poca serietà, sciatteria, adolescenza eterna, a seconda delle circostanze.
Quei due quadri sono stati posizionati vicini intenzionalmente.
Ammirandone i contrasti e le similitudini, mi sono ritrovata esattamente nel punto in cui si giocano moltissimi errori (ma anche molti successi) di power dressing femminile.
Power dressing: non solo estetica, ma semiotica
I vestiti non sono solo “qualcosa che ti sta bene addosso”.
Sono sempre stati un sistema di segni: raccontano status, intenzioni, appartenenza, distanza, potere.
(Se vuoi approfondire, cerca “leggi suntuarie” nel tardo Medioevo e nel Rinascimento).
È ciò che in letteratura viene chiamato semiotica dell’abito: usiamo i capi per segnalare il nostro posto nel mondo e il tipo di relazione che vogliamo con chi abbiamo davanti.¹
Madame Stern, con il suo abito sontuoso, manda un messaggio chiarissimo: “Io appartengo a un’élite. Il mio ruolo e il mio posto nella società sono ben definiti, non sono in discussione.”
Tutti gli elementi ne narrano il privilegio.
Le jelly shoes, al contrario, sono un segno incongruo: sono un elemento pop, giocosamente infantile, accostato ad un abito molto più serioso.
Ed è qui che si apre il tema: nella nostra quotidianità, quando questo tipo di scelta è una mossa di potere… e quando si trasforma in un boomerang reputazionale?
Cosa ci dice la ricerca: l’abito conta (più di quanto vorremmo)
Negli ultimi anni, la psicologia sociale ha smesso di trattare gli indumenti come un dettaglio superficiale.
Uno studio recente suggerisce che l’abbigliamento è un elemento fondamentale della percezione di una persona, insieme al volto, al corpo e al contesto. Non è un “accessorio”: entra direttamente nel modo in cui giudichiamo gli altri, anche sul piano di competenza e affidabilità.²
Il concetto di Enclothed Cognition mostra che ciò che indossiamo non influenza solo come gli altri ci vedono, ma anche come noi pensiamo e ci comportiamo: quando un capo è associato a un ruolo autorevole (il camice del medico, un completo formale, un blazer strutturato) può aumentare attenzione, senso di controllo, capacità di ragionamento astratto.³
Tradotto: l’abito non è neutro.
Agisce su due fronti:
- Percezione esterna. Le persone estraggono scorciatoie cognitive da ciò che indossi: quanto sei competente, quanto sei seria, quanto sei affidabile.²⁴
- Percezione interna. Se il tuo outfit “incarna” il ruolo che vuoi occupare, il tuo cervello si comporta come se tu avessi davvero più potere e più controllo (postura, decisioni e voce cambiano).³
E per le donne questo gioco è ancora più delicato.
Una ricerca sulla role congruity mostra che le donne in ruoli di potere devono muoversi in un corridoio molto più stretto. Se appaiono troppo “morbide”, vengono percepite come poco competenti; se appaiono troppo “dure” o troppo “maschili”, vengono giudicate competenti ma fredde, poco empatiche.⁵
Capisci perché quelle jelly shoes, in un certo contesto, sono un atto quasi sovversivo?
Madame Stern: il potere che non si scusa
Se guardiamo Madame Stern con gli occhi di oggi, il suo ritratto è una masterclass di power dressing “classico”:
- Coerenza totale tra abito, gioielli, postura, acconciatura.
- Nessun elemento “infantile” o ironico: tutto gioca sul registro dell’elezione, della distanza, dell’intoccabilità.
- Il messaggio sottinteso: “Sono sicura di me. Non devo giustificare la mia presenza.”
È lo stesso principio dei completi scuri per gli uomini nelle istituzioni: un codice così consolidato che nessuno lo nota più, e proprio per questo è potentissimo.
In termini di semiotica dell’abito, è un look perfettamente congruente con il ruolo: il segnale visivo e il ruolo sociale viaggiano nella stessa direzione.¹
Inoltre, il rosso vermiglio profondo dell’abito, caldo e saturo, domina la scena e rimanda a forza, azione, vitalità, coraggio, e anche a contesti di potere e sacralità: abiti cerimoniali, vesti liturgiche, abbigliamento regale.
Jelly shoes rosa shocking: libertà, rischio, letture ambivalenti
Le jelly shoes della ragazza di Hamdad, invece, aprono un altro capitolo.
Visivamente, dicono:
- “Non mi prendo troppo sul serio.”
- “Sono capace di giocare con il codice.”
- “Non mi adeguo del tutto alla solennità del nero.”
Ma lo stesso identico dettaglio, visto da un’altra prospettiva può comunicare:
- Immaturità (calzatura da teenager)
- Percezione di sciatteria travestita da creatività.
- Dubbio sulla congruenza tra persona e ruolo
Inoltre, il colore rosa shocking è un colore ad alta attivazione, energetico, stimolante, che cattura subito lo sguardo, e tende a spostarsi verso giocosità e calore, ma rischia anche, in contesti molto formali o tradizionali²⁴ di sottrarre punti sul fronte della competenza.
Arrivando a noi, queste scarpe, se calate in un contesto reale e non solo rappresentativo, ci pongono una questione:
Vuoi che si ricordino quello che dici o quello che avevi ai piedi?
Non è “osare sì / osare no”. È: sto comunicando a mio favore o correndo un rischio?
Il problema, quindi, non è mai il singolo dettaglio, ma è sapere se il rischio che ti stai prendendo è strategico per il tuo contesto, il tuo ruolo e i tuoi obiettivi.
- Capire quali codici ti danno davvero forza nei contesti chiave;
- Decidere dove puoi permetterti il tuo personale “rosa shocking” (una scarpa, un accessorio, una forma, un colore) senza minare la tua autorevolezza;
- Costruire una continuità tra chi sei, che ruolo hai e cosa comunichi a colpo d’occhio.
Cosa mi sono portata via da quella sala di Parigi
Guardando nel medesimo spazio Madame Stern e la ragazza con le jelly shoes, al di là delle riflessioni sulle epoche e sui relativi codici vestimentari, il messaggio per me è stato questo: puoi scegliere ciò che più ti piace con intenzione, ciò che ti aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi e, alle volte, anche entrambe queste cose insieme. Questo è il vero potere del power dressing.
Per approfondire
1. Barthes, R. (1983). The Fashion System. New York: Hill and Wang. (Internet Archive)
Davis, F. (1994). Fashion, Culture, and Identity. Chicago: University of Chicago Press. (University of Chicago Press)
2. Hester, N., & Hehman, E. (2023). Dress is a fundamental component of person perception. Personality and Social Psychology Review, 27(4), 414–433. https://doi.org/10.1177/10888683231157961 (PubMed)
3. Adam, H., & Galinsky, A. D. (2012). Enclothed cognition. Journal of Experimental Social Psychology, 48(4), 918–925. (ScienceDirect)
Vedi anche: Horton, C. B., Adam, H., & Galinsky, A. D. (2023). Evaluating the evidence for enclothed cognition: Z-curve and meta-analyses. Personality and Social Psychology Bulletin. (Semantic Scholar)
4. Oh, D. W., Dotsch, R., Porter, J., & Todorov, A. (2020). Economic status cues from clothes affect perceived competence and warmth. Journal of Experimental Social Psychology, 90, 104010. (NSF)
5. Eagly, A. H., & Karau, S. J. (2002). Role congruity theory of prejudice toward female leaders. Psychological Review, 109(3), 573–598. (PubMed)
6. Cuddy, A. J. C., Fiske, S. T., & Glick, P. (2008). Warmth and competence as universal dimensions of social perception: The stereotype content model and the BIAS map. In M. P. Zanna (Ed.), Advances in Experimental Social Psychology (Vol. 40, pp. 61–149). San Diego, CA: Academic Press. (culturalq.com)


