Leggere La mia vita carnale – Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio, di Giordano Bruno Guerri, storico e presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, ha acceso in me una riflessione sulla questione Forma vs Sostanza.
Se ne parla spesso in contrapposizione per ribadire che non importa come vesti, come parli o che modi hai: l’importante è la sostanza.
Eppure, questa dicotomia è solo apparente.
Le due sono strettamente legate tra loro, addirittura coincidono.
La scienza dimostra, infatti, che la forma è sostanza nella misura in cui ciò che indossiamo, gli oggetti e l’ambiente che ci circondano incidono realmente su di noi: influenzano il nostro stato d’animo, gli ormoni che abbiamo in circolo e questo si riflette sul nostro comportamento e nel modo in cui veniamo percepiti dagli altri.
Nel caso del Vate, non c’è ombra di dubbio: per lui la forma è sostanza più che mai.
Ogni dettaglio della sua quotidianità riflette la sua essenza di «amante della bellezza, il creatore del gusto, l’artefice dello stile». Ogni gesto, ogni scelta è permeata dalla sua personalità e da ciò che vuole trasmettere di sé.
Dagli incontri amorosi che devono seguire un copione ben preciso, fatto di abiti e vestaglie che sceglie – o fa realizzare disegnandone i bozzetti – per le «badesse» (e più in generale per tutte le sue donne), alla conquista di Fiume senza sparare un colpo «come un condottiero rinascimentale».
La costruzione del Vittoriale ne è l’esempio più grandioso.
Il Vittoriale è una dimora-teatro, scenografia perfetta per una personalità complessa. Ogni ambiente è orchestrato per ammaliare, accogliere o intimidire il visitatore. Tutto si fonde con la personalità del padrone di casa che, durante i lavori di costruzione e rifacimento, impartì all’architetto Gian Carlo Maroni istruzioni tanto precise da sfiorare l’assillo.
Villa Cargnacco, infatti, era bene diversa dal Vittoriale. Si trattava di una casa di campagna appartenuta a Henry Thode e Daniela von Bülow, nipote del compositore Liszt. Disabitata dallo scoppio della Prima guerra mondiale, nel 1918 fu confiscata dal governo italiano come risarcimento dei danni di guerra.
Dapprima d’Annunzio vi si stabilì in affitto, poi la acquistò per 130.000 lire grazie ad un ingente prestito bancario. A spron battuto avviò i lavori per trasformarla secondo la sua visione estetica, densa di simboli, di messaggi diretti all’occhio del visitatore, con la finalità di lasciarla in eredità al popolo italiano.
La dimora parlava per lui.
Partendo dall’ubicazione, la scelta stessa del luogo in cui sorge il Vittoriale rispondeva a una precisa intenzione: rendere arduo l’accesso, così da scoraggiare gli scocciatori.
Passando all’interno, le due anticamere delle Prioria sono molto eloquenti.
Quella a sinistra per gli ospiti graditi è comoda, luminosa, piena di libri, un caminetto, divani: elementi che oggi sappiamo stimolare la produzione di GABA e serotonina, i responsabili della sensazione di relax.
Al contrario, l’anticamera a destra, riservata agli ospiti sgraditi, costretti a lunghe attese, è scura, spoglia, angusta. Le forme prevalenti sono verticali. Ogni oggetto richiama potere, fede o memoria: militare, religiosa, artistica. Tutto sollecita una certa tensione, stimolando la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress.
Possiamo, a giusta ragione, pensare al vantaggio che d’Annunzio ne traeva in termini di interazioni con i suoi visitatori.
La stessa logica governa gli altri ambienti.
La Sala della Musica, rivestita di tende e damaschi nero-oro, perfezionava l’acustica e, insieme, creava un’atmosfera di grande suggestione. Oggetti ornamentali – canestri di frutta in vetro di Murano, ritratti, sculture, calchi in gesso – accrescevano il fascino scenico.
La Stanza della Leda è, invece, un ambiente visivo in cui ogni dettaglio trasmette seduzione: coperte di seta, oggetti orientali a richiamare una sensualità libera, manufatti curiosi come una maschera funeraria egizia, simbolo di lussuria e misticismo. La luce tenue e soffusa, e i profumi creati con perizia dal Poeta completavano un ambiente che parlava la lingua del desiderio ancor che questo si compisse nell’atto fisico, compensando l’incedere del tempo sul suo corpo non più giovane.
Ogni spazio, ogni oggetto, ogni abito nel mondo di d’Annunzio produceva esattamente gli effetti da lui desiderati, ben prima che la ricerca scientifica ne spiegasse i meccanismi.
Una testimonianza fuori dall’ordinario di come la forma sia, a tutti gli effetti, sostanza e uno spunto per chiedersi: “La mia immagine e l’ambiente in cui ricevo i miei clienti (o in cui io e i miei collaboratori lavoriamo) ci aiutano con i nostri obiettivi o ci remano contro?”
Tra i molti motivi per cui consiglio la lettura di questo saggio, c’è anche questo: ci spinge a riconoscere una verità semplice e insieme scomoda: la forma non è un accessorio della sostanza, ma il suo primo volto.
In termini più prosaici, la forma che scegliamo è il ponte più rapido verso i nostri obiettivi.
